Quando V. anni fa mi disse che andava ad assistere una sua amica durante la chemioterapia la prima cosa che ho pensato è che non sapevo avesse amiche più grandi di noi. Ovviamente non lo era, più grande di noi. E’ che non ci puoi pensare, oltre a non volerlo fare: non ci vuoi credere e non è solo paura, è anche che è letteralmente incredibile. Non lei. Non lei.
Ogni mail o sms che mi arriva potrebbe essere quella sbagliata, ogni volta che squilla il telefono tremo, ma inizio a farci i conti. Ho due amiche in fin di vita e l’unico modo che ho di reagire è godermi ogni respiro, anche per loro.
Pensato il: January 11th, 2010
Cassetto:
anta,
lato oscuro
Tag:
incoscienza,
malattia,
morte,
ricordi,
vivere
Pensierini:
37.
Bilal porta via dalla Francia (e dall’Europa) gli ideali della Rivoluzione francese e le nostre speranze di poter restare esseri umani dopo un secolo di capitalismo, insieme alla capacità di soffrire per amore e di non aspettarsi niente dalla persona amata.
Bilal nuota via, pulito e convinto e tranquillo come un giovane delfino ignaro eppure consapevole che muore solo chi rinuncia, chi si adatta, chi si ingegna per la sopravvivenza.
Bilal è un McGuffin, uno stratagemma narrativo. Questo film non parla di loro, parla di noi. Noi che non nuotiamo più, non corriamo più, non ci crediamo più: ci strafochiamo di foie gras (o di spaghetti, o di roastbeef) seduti in poltrona scuotendo la testa a scelta impensieriti o infastiditi da quei poveretti del terzo mondo che si fanno il culo anche per noi.
Bilal si fa la Manica a nuoto per rivedere la sua amata; noi a nuoto non attraversiamo neanche più la strada.
Pensato il: January 10th, 2010
Cassetto:
x-view
Tag:
cinema,
Francia,
ideali,
speranze
Pensierini:
Nessuno.
Famiglie allargate. Relazioni molti a molti pubbliche, permanenti e ricercabili. Etica a maglie larghe. Occasioni scontate per parvenu di ogni specie: ogni democratizzazione ha le sue ghigliottine e soprattutto nei primi tempi è pieno di gente che si mette in coda per autodenunciare la propria totale mancanza di attenzione, buona educazione e eleganza (in quest’ordine, che la prima richiede un po’ di sforzo, la seconda di applicazione, la terza ahimé non si insegna e non si impara).
Ovunque ormai si accumulano gaffe a ripetizione, a volte ingenue, troppo spesso compiaciute. Il segreto per evitarle è sempre quel “bel tacere che mai fu scritto”, ma forse vale la pena di iniziare a raccoglierle e raccontarle, a scopo didattico. Ogni suggerimento è assai gradito.
Pensato il: January 5th, 2010
Cassetto:
anta,
nuovogalateo
Tag:
buona educazione,
dubbi,
etiquetta,
gaffe
Pensierini:
Nessuno.
E’ un po’ come quel sushi bar, la consapevolezza: un posto che giri per cercarlo senza troppa convinzione, poi ci rinunci, inizi a pensare ad altro e a un certo punto – un attimo prima di averlo oltrepassato – ehi, un sushi bar! E proprio quello che stavo cercando, non uno qualunque, anche se è tardi e hanno solo nigiri col philadelphia.
Gira e rigira sempre qui ti ritrovi, fattene una ragione: sarà la primogenitura, un imprinting dimenticato, quel bacio non dato e che poi si ripropone. Un attimo dopo sarebbe troppo tardi, eh. Tu sei quella che ci pensa lei, se no, per una volta, lasciati cadere all’indietro.
Pensato il: January 4th, 2010
Cassetto:
provvisorietà
Tag:
consapevolezza,
incontri,
sushi
Pensierini:
Nessuno.
Nove mesi di preparazione. L’ultimo un tale inferno – mi dicono – che qualunque cosa succeda dopo non può essere peggio. Un bambino ti apre in due e aperta in due ci resti, perché poi lui se ne va in giro da solo, e tu passi da non vedere l’ora che sia indipendente a soffrire per ogni gesto che lo separa ulteriormente da te.
L’altro giorno da Chicco c’era una coppia, alla cassa, con il solito tono gentile e un po’ furbetto del “vorrei cambiare questo ma non ho lo scontrino ma è un caso particolare”. La commessa mette su la faccia gentile e un po’ indifferente del “mi dispiace ma ci sono delle regole”. Lei la anticipa e tira fuori una foto, con tono ancor più quieto spiega che sono in attesa di adozione, che tutto quello che hanno è una foto, che lui ha 2 anni come la taglia del regalo ma dalla foto sembra più piccolo, che il regalo le piace tanto e le piacerebbe lui lo potesse mettere. La commessa a quel punto avrebbe cambiato quella salopette anche con una borsa di Jil Sander all’angolo, io piango, io e il mio essere fuori posto da una vita, ma mai quanto da Chicco a comprare il parapioggia del passeggino di un bambino di due anni e pochi mesi.
Nove mesi che ti preparano a quel che succederà e a un certo punto so che devi preparare la valigia, ma tipo due mesi prima, che potrebbe nascere da un momento all’altro anche se tu pensi di aver già prenotato il cesareo. Questa è la cosa più importante da imparare: con un bambino non puoi fare programmi. Devi farli lo stesso (se no ti sei arresa) e poi vederli saltare uno a uno. Quest’estate viaggiava con me una valigia di abiti che io non avevo mai visto, talmente incompetente da non capire quali erano di due anni e quali di otto. Qualunque cosa io tirassi fuori da quella valigia era sbagliata eppure andava bene lo stesso, ci ho pianto e bestemmiato e digrignato e sorriso sopra, ci sarà ancora un po’ di sabbia, un tarallo e magari una maglietta mia.
Ogni volta che qualcuno mi chiede dov’è qualcosa di suo io adesso a volte lo so.