C’è quest’ultimo tabù, che sembra non si possa essere insieme laici e spirituali. O scienza o fede, o razionalità o credulonismo, o doppio cieco o new age.
Non ci si può dire interessati o affascinati o anche solo incuriositi da ciò che non capiamo: o credi o no, se non puoi essere arruolato in una delle due parrocchie (quelli che hanno fede e quelli che hanno le prove) non esisti, non sei dato, non sei tecnicamente possibile.
Ho l’impressione che non ci si possa dire incerti, che si debba sempre prendere posizione, anche quando la posizione è indecidibile. Eppure ci sono fatti che non posso spiegare e che comunque non sono portata a spiegarmi in modo trascendente: è come se ci fosse una forma di intelligenza (o di amore, o di immaginazione) che è decisamente immanente e che noi ancora non capiamo, non conosciamo, non riconosciamo.
Forse varrebbe la pena di esplorarla, questa terra di mezzo: io mi ci sento a mio agio, ma ho imparato che è meglio non parlarne troppo, per non sporcarla.
Ero ragionevolmente convinta che sarei morta a 40 anni. Un pensiero simile a essere ragionevolmente convinti di dover proprio andare a fare la spesa, niente di tragico, anzi, quasi una comodità, come aver già fissato la pulizia dei denti. E invece, un po’ come per quei sieropositivi che si spendevano tutto e poi è arrivata una para-cura, ecco, non sono morta io, a quarant’anni è morto mio fratello. Che non sto dicendo “era meglio se morivo io”, però forse potendo scegliere, bah, ci avrei almeno potuto pensare. Niente di strappalacrime, non pensate alla sorella maggiore che rinuncia alla vita pur di salvare lui, tutto il contrario, più un “no, dai, vado io, sì, per me è lo stesso”.
È morto come vorrei morire io, nel momento più bello della sua vita o quasi. Ho sempre avuto questa fissa di andarmene sul più bello, io, anche se per ora mi ero limitata ad applicarla alle feste, alle cene o alle relazioni. Non ho mai capito chi vuole tirare l’alba, mai.
Spero la pensasse come me, non ne abbiamo mai parlato, con il mio cazzo di pudore fisico per cui parlo poco e scrivo molto, lui parlava molto e leggeva poco per cui ci siamo soprattutto fatti delle grande risate, insieme. Lui parlava e io non ascoltavo, io scrivevo e lui non leggeva, ma se c’era da dir cazzate eravamo tutti e due in prima linea. Per questo penso che continuerò a farlo, anche se non dovessi averne voglia, anche se potrebbe suonare strano, anche se senza di lui ridere e far ridere sarà ancora più difficile, ma chi mai si è tirato indietro, chi mai, di noi.
Pensato il: August 28th, 2011
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Zia Maria e zio Felice erano i genitori di mio padre, o meglio, quelli che l’hanno cresciuto quando da piccolo è rimasto senza mamma; poi è tornato dal padre a diventare grande, ma in tutto quello che mi ha insegnato c’è tanto di loro due, a partire dal nome.
Zia Maria era separata, qualunque cosa volesse dire in quegli anni; zio Felice dopo decine di anni insieme la amava ancora così tanto da dire “anche se è malata almeno è qui con me”, anche se lei neanche sapeva più chi era, alla fine.
Zia Maria era malata di alzheimer e questo le ha impedito di raccontarmi altro che mille volte di quando mio padre pitturò il gatto, ma questo non impedisce a me di immaginarla e anche un po’ di rivederla come se ci fossi stata, quando era giovane. Per me l’alzheimer significa anche che si dimenticava sempre di avermi già fatto un regalo e io che ero una bambina precisa glielo dicevo, ma lei me ne voleva fare un altro lo stesso, “e che importa”, diceva. Il regalo più bello però me l’ha fatto dopo, quando cercando “Felice de Baggis” su Google ho trovato la loro storia, una storia che nessuno ancora mi aveva mai raccontato per bene. È vero, mia madre mi diceva che “zia Maria portava nel paniere della bicicletta i messaggi ai partigiani” e mio padre che “aveva mal di cuore da quando l’avevano quasi fucilata”, ma io ero piccola, e il gatto dipinto e i regali e i partigiani e le fucilazioni per me erano un tutt’uno tanto confuso quanto affascinante, lì sul lago con il casinò e il vigile e Edvige che preparava la cena per “re, capi di stato e per te”.
Sono libera di immaginarla, anzi, di vederla in bicicletta, quei giorni in cui Zio Felice e il parroco hanno organizzato il colpo di stato che ha liberato Campione d’Italia dal fascismo. Era il 27 gennaio del 1944. Il Corriere della Sera racconta “Alla guida dell’ insurrezione c’è il capitano Felice De Baggis, dietro le quinte il giovane parroco Pietro Baraggia” ma io lo so che non è proprio esatto, e lo so perché me lo ha raccontato zio Felice, anche se parlando d’altro. Mi ha raccontato di quella volta che la zia lo portò a sciare in neve fresca e lui aveva paura, ma la seguiva ovunque, lui, zia Maria, che gli diceva “vai” e lui andava, e anche quella notte io lo so che se dietro le quinte c’era il giovane parroco a tenere le fila c’era lei, lei che correva in bicicletta a portar messaggi su e giù per le montagne tra l’Italia e la Svizzera, lontana dalla sua Milano e dal negozio di Via Mercato, lei forte e severa, che me l’immagino che coraggio ci poteva volere a fermarla e perquisirla e che coraggio poteva avere lei a guardare avanti e a far indietreggiare chiunque, anche i fucili.
Scrive sempre il Corriere che “Nelle memorie del capitano De Baggis gli episodi della notte del 27 gennaio sono riassunti con una frase: Campione d’ Italia, che si era addormentata repubblichina, si è risvegliata il giorno dopo sotto la giurisdizione del Governo Badoglio.” E io vedo zia Maria a casa ad aspettarlo, tra l’ansia e il fastidio per non essere con lui, perché come mi ha raccontato lo zio “se c’era una cosa da fare voleva farla a tutti i costi e dovevo farla anch’io, come quella volta sula neve, che paura che avevo”. E se c’era da liberare l’Italia c’era zia Maria e tutte le donne in bicicletta come lei, che dicevano agli uomini “vai” e loro chiudevano gli occhi e andavano e io la rivedo che si divertiva a pelarmi gli acini d’uva e quanto avrei voluto che tutte queste storie me le avesse raccontate lei, ma vado in bicicletta e me le immagino e la vedo come se ci fossi stata, come se avessimo potuto sciare insieme, andare in bicicletta insieme e liberare l’Italia insieme, io e zia Maria.
(Altre Schegge di Liberazione su carta e altri mezzi)
Come pensare meglio senza pensare affatto
L’antimetodo
1. Tu sei quello che sai
2. Quel che non sai è lì fuori
3. Il paradosso della serendipity
Le ore d’aria
4. Sei sicuro? Certo che no
5. Chi si prende sul serio è poco serio
6. Se non serve a niente potrebbe tornarti utile
Incoscienti famosi
7. Keynes
8. Milton H. Erickson
9. Clint Eastwood
10. Marina Abramovich
Quando V. anni fa mi disse che andava ad assistere una sua amica durante la chemioterapia la prima cosa che ho pensato è che non sapevo avesse amiche più grandi di noi. Ovviamente non lo era, più grande di noi. E’ che non ci puoi pensare, oltre a non volerlo fare: non ci vuoi credere e non è solo paura, è anche che è letteralmente incredibile. Non lei. Non lei.
Ogni mail o sms che mi arriva potrebbe essere quella sbagliata, ogni volta che squilla il telefono tremo, ma inizio a farci i conti. Ho due amiche in fin di vita e l’unico modo che ho di reagire è godermi ogni respiro, anche per loro.
Pensato il: January 11th, 2010
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37.
Famiglie allargate. Relazioni molti a molti pubbliche, permanenti e ricercabili. Etica a maglie larghe. Occasioni scontate per parvenu di ogni specie: ogni democratizzazione ha le sue ghigliottine e soprattutto nei primi tempi è pieno di gente che si mette in coda per autodenunciare la propria totale mancanza di attenzione, buona educazione e eleganza (in quest’ordine, che la prima richiede un po’ di sforzo, la seconda di applicazione, la terza ahimé non si insegna e non si impara).
Ovunque ormai si accumulano gaffe a ripetizione, a volte ingenue, troppo spesso compiaciute. Il segreto per evitarle è sempre quel “bel tacere che mai fu scritto”, ma forse vale la pena di iniziare a raccoglierle e raccontarle, a scopo didattico. Ogni suggerimento è assai gradito.
Pensato il: January 5th, 2010
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Nessuno.
C’è quella sensazione di invulnerabilità che ti porti appresso come un’armatura di speranze leggere, quel tuo non si sa che, un che di misterioso e impenetrabile, come un sorriso, come una coccola da chi è più piccolo, come avere un viso che poco tradisce e molto rinnega.
E’ quel pensare sempre che tutto ha un senso e che all’improvviso anche se oscuro si rivelerà, saggezze antiche di donne ciniche e dolcissime che hanno punteggiato la tua storia, la capacità di guardare in faccia chi confonde la richiesta di rispetto con l’egocentrismo assoluto e lasciarla andare comunque per la sua strada. In questo universo di senso gli aerei partono e arrivano, in vacanza hai sempre bel tempo, alla cena delle tue amiche ci sai, magari con un po’ di affanno, e sai che se ti fidi non verrai tradito, mai.
Ci sono lezioni che non voglio imparare, perché accettare che a volte davvero un senso non c’è può sembrare un nonnulla, ma è la prima tessera di un domino che poi chi lo ferma più. Stringo i denti per il maltempo, tengo soto controllo la metereopatia, mi proteggo scegliendo ancora e sempre di decidere io a cosa fare attenzione, che se d’inverno non si vola qui da me il pessimismo urta contro una corazza di carezze.
C’è quella sensazione di invulnerabilità che ti porti appresso come un’armatura di speranze leggere, quel tuo non si sa che, un che di misterioso e impenetrabile, come un sorriso, come una coccola da chi è più piccolo, come avere un viso che poco tradisce e molto rinnega.
E’ quel pensare sempre che tutto ha un senso e che all’improvviso anche se oscuro si rivelerà, saggezze antiche di donne ciniche e dolcissime che hanno punteggiato la tua storia, la capacità di guardare in faccia chi confonde la richiesta di rispetto con l’egocentrismo assoluto e lasciarla andare comunque per la sua strada. In questo universo di senso gli aerei partono e arrivano, in vacanza hai sempre bel tempo, alla cena delle tue amiche ci sei, magari con un po’ di affanno, e sai che se ti fidi non verrai tradito, mai.
Ci sono lezioni che non voglio imparare, perché accettare che a volte davvero un senso non c’è può sembrare un nonnulla, ma è la prima tessera di un domino che poi chi lo ferma più. Stringo i denti per il maltempo, tengo sotto controllo la metereopatia, mi proteggo scegliendo ancora e sempre di decidere io a cosa fare attenzione, che se d’inverno non si vola qui da me il pessimismo urta contro una corazza di carezze.
Qualche anno fa ho avuto dei seri problemi di salute, un po’ come adesso: ad aggravare i sintomi oggettivi c’è quella melassa di paura vischiosa, la sensazione che non starai mai più bene, che i risultati delle analisi saranno tremendi, che tutto nella tua vita si deve fermare finchè. Finché non starai bene di nuovo, finché non saranno escluse alcune malattie, finché non vedrai quello specialista.
Ero arrivata al punto di chiudermi in casa e fermare tutto finché non smarcavo qualche preoccupazione. Poi, un bravo psicologo e il capovolgimento del fronte: finché non hai una (nuova) brutta notizia, goditela.
Mi sa che devo reimparare a farlo, ecco. E a non aspettarmi molto da chi, chiaramente, non ha niente da dare, neanche un cenno.
Pensato il: December 8th, 2009
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delusione,
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22.
Guarda via, guarda altrove, guardati i piedi e vedici un mondo, il mondo, quel mondo che sai abitare. E’ la prima volta in quarant’anni che trovi sulla tua strada persone scorrette: è una fortuna o una sfortuna?
Pensato il: November 25th, 2009
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dimissioni,
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8.
Ho due computer portatili, uno pesante, uno leggero. Due telefoni. Metà sinapsi impegnate a ideare metodi per lavorare meno, l’altra a riposarsi. Non sono una persona ordinata, per usare un eufemismo.
Ieri mattina prima di imbarcarmi in un giro di riunioni, di cui un paio ansiogene, ho scritto 15 mail con il computer pesante. Sono uscita con il computer leggero e ho passato l’intera giornata a infastidirmi per la mancanza non dico di risposte, ma almeno di un seguito (che ne so, ti dico “non telefonarmi che sono ai domiciliari” e tu mi telefoni). Ho inveito, recriminato, in qualche caso mi sono preoccupata. Poi sono tornata a casa, ho acceso il computer pesante e ho visto la casella Outbox, che non va bene. Ancora peggio: nella Outbox c’erano 15 mail.
Non mi preoccupa tanto non averle spedite, quanto non essere stata sfiorata dal pensiero che non fossero state ricevute. Buona metafora, direi.
Pensato il: November 14th, 2009
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