Nove mesi di preparazione. L’ultimo un tale inferno – mi dicono – che qualunque cosa succeda dopo non può essere peggio. Un bambino ti apre in due e aperta in due ci resti, perché poi lui se ne va in giro da solo, e tu passi da non vedere l’ora che sia indipendente a soffrire per ogni gesto che lo separa ulteriormente da te.
L’altro giorno da Chicco c’era una coppia, alla cassa, con il solito tono gentile e un po’ furbetto del “vorrei cambiare questo ma non ho lo scontrino ma è un caso particolare”. La commessa mette su la faccia gentile e un po’ indifferente del “mi dispiace ma ci sono delle regole”. Lei la anticipa e tira fuori una foto, con tono ancor più quieto spiega che sono in attesa di adozione, che tutto quello che hanno è una foto, che lui ha 2 anni come la taglia del regalo ma dalla foto sembra più piccolo, che il regalo le piace tanto e le piacerebbe lui lo potesse mettere. La commessa a quel punto avrebbe cambiato quella salopette anche con una borsa di Jil Sander all’angolo, io piango, io e il mio essere fuori posto da una vita, ma mai quanto da Chicco a comprare il parapioggia del passeggino di un bambino di due anni e pochi mesi.
Nove mesi che ti preparano a quel che succederà e a un certo punto so che devi preparare la valigia, ma tipo due mesi prima, che potrebbe nascere da un momento all’altro anche se tu pensi di aver già prenotato il cesareo. Questa è la cosa più importante da imparare: con un bambino non puoi fare programmi. Devi farli lo stesso (se no ti sei arresa) e poi vederli saltare uno a uno. Quest’estate viaggiava con me una valigia di abiti che io non avevo mai visto, talmente incompetente da non capire quali erano di due anni e quali di otto. Qualunque cosa io tirassi fuori da quella valigia era sbagliata eppure andava bene lo stesso, ci ho pianto e bestemmiato e digrignato e sorriso sopra, ci sarà ancora un po’ di sabbia, un tarallo e magari una maglietta mia.
Ogni volta che qualcuno mi chiede dov’è qualcosa di suo io adesso a volte lo so.
Costante di Nella: qualunque cosa tu pensi di aver scoperto, te l’aveva già insegnata tua nonna.
Se qualcosa finisce negli outlet (online o offline che siano), è del taglio sbagliato, del colore sbagliato, del materiale sbagliato. Le cose veramente belle spariscono dai negozi in pochi giorni, se mai ci arrivano: se non puoi permettertele, comprane una sola a stagione e fattela durare. Qualunque altra scelta sono soldi buttati (e brutte figure, che vuol dire danni anche economici).
Se qualcosa è low cost, finirai per spendere di più, in buon umore e salute se non proprio in valuta. Se non puoi permetterti di andare in giro senza dover fare pesanti rinunce, stai a casa.
Si risparmia su quel che non ti sottrae niente, altrimenti risparmi valuta e depauperi te stessa (quindi ogni soldo speso è in più, non in meno).
[per le anime semplici: in alcuni momenti fare l'autostop e dormire in spiaggia è più bello che volare in business e dormire in un hotel di lusso, è accontentarsi che fa male all'anima, meglio la castità di una scopata tanto per]
[note to self: non dimenticarlo più]
C’è quella sensazione di invulnerabilità che ti porti appresso come un’armatura di speranze leggere, quel tuo non si sa che, un che di misterioso e impenetrabile, come un sorriso, come una coccola da chi è più piccolo, come avere un viso che poco tradisce e molto rinnega.
E’ quel pensare sempre che tutto ha un senso e che all’improvviso anche se oscuro si rivelerà, saggezze antiche di donne ciniche e dolcissime che hanno punteggiato la tua storia, la capacità di guardare in faccia chi confonde la richiesta di rispetto con l’egocentrismo assoluto e lasciarla andare comunque per la sua strada. In questo universo di senso gli aerei partono e arrivano, in vacanza hai sempre bel tempo, alla cena delle tue amiche ci sai, magari con un po’ di affanno, e sai che se ti fidi non verrai tradito, mai.
Ci sono lezioni che non voglio imparare, perché accettare che a volte davvero un senso non c’è può sembrare un nonnulla, ma è la prima tessera di un domino che poi chi lo ferma più. Stringo i denti per il maltempo, tengo soto controllo la metereopatia, mi proteggo scegliendo ancora e sempre di decidere io a cosa fare attenzione, che se d’inverno non si vola qui da me il pessimismo urta contro una corazza di carezze.
C’è quella sensazione di invulnerabilità che ti porti appresso come un’armatura di speranze leggere, quel tuo non si sa che, un che di misterioso e impenetrabile, come un sorriso, come una coccola da chi è più piccolo, come avere un viso che poco tradisce e molto rinnega.
E’ quel pensare sempre che tutto ha un senso e che all’improvviso anche se oscuro si rivelerà, saggezze antiche di donne ciniche e dolcissime che hanno punteggiato la tua storia, la capacità di guardare in faccia chi confonde la richiesta di rispetto con l’egocentrismo assoluto e lasciarla andare comunque per la sua strada. In questo universo di senso gli aerei partono e arrivano, in vacanza hai sempre bel tempo, alla cena delle tue amiche ci sei, magari con un po’ di affanno, e sai che se ti fidi non verrai tradito, mai.
Ci sono lezioni che non voglio imparare, perché accettare che a volte davvero un senso non c’è può sembrare un nonnulla, ma è la prima tessera di un domino che poi chi lo ferma più. Stringo i denti per il maltempo, tengo sotto controllo la metereopatia, mi proteggo scegliendo ancora e sempre di decidere io a cosa fare attenzione, che se d’inverno non si vola qui da me il pessimismo urta contro una corazza di carezze.
Quella strana sensazione di aver già visto o vissuto qualcosa, hai presente? Gli psicologi lo chiamano “déjà vu”, un fenomeno frequente, poco spiegato, sgradevole e soddisfacente allo stesso tempo. In Matrix il déjà vu evidenzia un bug del software che disegna la realtà virtuale in cui gli umani credono di essere liberi: è un punto di contatto tra mondi paralleli, un momento in cui sfioriamo il mistero e rimaniamo come paralizzati per un microsecondo.
A me piace pensare che qualunque innovazione – tecnologica e non – sia un grande piccolo dèjà vu per chi ne coglie al volo l’importanza: mi piace chiamarla dèjà new, qualcosa che vedi per la prima volta ma riconosci lo stesso. Non è un caso che le vere grandi innovazioni non abbiano bisogno di un manuale di istruzioni: tu vedi una ruota e capisci che per farla “funzionare” devi appoggiarla di taglio, non di piatto, tocchi un iPhone e da quel momento in poi qualunque schermo non risponda al tatto ti sembrerà “sbagliato”. Che bisogno c’è di spiegare a cosa serve uno strumento che aumenta a dismisura le tue possibilità di comunicare con altri esseri umani?
A me piace pensare che non ci sia bisogno di alfabetizzazione tecnologica e di divulgazione digitale, ed è un pensiero allo stesso tempo ottimista e disperato: non ce n’è bisogno perché la recente velocissima evoluzione degli strumenti di comunicazione e di partecipazione è un dèjà new per moltissimi, per tutti quelli che li usano e basta: ed è probabilmente incomprensibile – per sempre – a tutti gli altri. È variante sociale di una frase tipica dei litigi di coppia “se non lo capisci da solo è inutile che te lo spieghi”.
Quando guardo una chat, un blog, un social network, un disco condiviso, io non vedo una “novità”: io vedo il modo migliore di soddisfare un bisogno preesistente, un bisogno basico per ogni essere umano e cioè coltivare la relazione con gli altri. Ogni nuovo strumento di comunicazione – dalle incisioni rupestri di Altamira alla stampa a caratteri mobili, al telegrafo, fino al Kindle – è un passo avanti in un percorso equilibrato di aumento delle possibilità di accesso ai contenuti (prima in lettura, oggi in scrittura) e alle altre persone (prima nello stesso luogo, poi nello stesso tempo, oggi a prescindere dal luogo e dal tempo).
Internet non è un cambiamento di percorso, è un passo avanti sullo stessa traiettoria: come tutte le nuove forme di comunicazione viene accettata al volo dagli esseri umani e combattuta dal potere.
Come ho raccontato di recente alla presentazione della seconda edizione di Anteprima, un po’ intimidita dalla presenza di Manuel Castells, chi rifiuta uno strumento che aumenta a dismisura le nostre possibilità dirette di accesso ai contenuti e ai nostri pari non sta rifiutando il “computer”, la “tecnologia”, ma sta dicendo no alla collaborazione, alla socialità, all’impegno, alla libera espressione.
Oggi più che mai: chi ti dice che vuole regolare “Internet” si sta autodenunciando come qualcuno che vuole regolare la tua libertà di comunicare, informare, partecipare, agire senza dover chiedere il permesso a un potere centralizzato.
[No logo è la mia rubrica su Punto Informatico]
E all’improvviso è arrivato il Kindle: chiaramente un oggetto di mezzo, dall’interfaccia hardware un po’ vecchiotta, i tastoni con un lag bestiale e l’istinto a sfogliare le pagine con le dita frustrato il doppio perché con l’iPhone sei già abituato a sfogliar lo schermo. E’ un oggetto di mezzo ma già adesso mi ha dimostrato che quando dicevo “amo i libri, l’odore della carta, sfogliarli, fare le orecchie” ho sempre fatto riferimento al contenuto e all’esperienza del contenuto.
Anch’io in questo momento ho tutti i miei libri in magazzino (tranne quelli comprati negli ultimi tre mesi, che sono già tanti). Da un lato mi sento nuda senza, dall’altro sto seriamente pensando di lasciarli negli scatoloni. Sono solo oggetti. Quello che mi dovevano dare me l’hanno dato. Voglio stare più leggera e il Kindle mi alleggerisce assai.
Pensato il: November 26th, 2009
Cassetto:
cose che non sapevo di saper (fare)
Tag:
kindle,
libreria,
libri,
pesi
Pensierini:
Nessuno.
In questi giorni sto litigando con le persone più disparate su un tema a me caro, ma non così tanto da litigarci su: il futuro del giornalismo.
A furia di rimanerci male a vedere che la mia posizione è così poco popolare ho deciso di provare a scriverla, che magari mi capisco meglio.
Penso che il problema del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta ma non solo, sia nel modello di business delle industrie editoriali (dipendente dalla pubblicità, dai finanziatori, dai finanziamenti pubblici).
Penso che ci siano enormi margini di miglioramento ed evoluzione sia per l’organizzazione di una redazione sia per il ruolo del singolo giornalista, ma che questa è la variabile dipendente dalla prima.
Penso quindi che sparare sul giornalista sia ingenuo, molto (non offenderti ;-)
Penso che lo user generate content non abbia niente a che fare con l’informazione, che quando parliamo di informazione dal basso parliamo di crowdsourcing, e che l’informazione dal basso è una fonte preziosa, non un’alternativa all’informazione professionale.
Penso che fare il giornalista sia una professione, come l’idraulico. Voglio che i miei tubi siano riparati da professionisti (non nel senso di Ordine) e che per essere un professionista un giornalista oggi debba essere uno smanettone.
Penso che un giornalista indipendente che la mattina si sbatte per farmi arrivare le cose che ho bisogno di sapere in base alla sua professionalità sia un valore da proteggere.
Penso che nessun filtro possa far emergere tutto quello che ho bisogno di sapere, perché non so cosa ho bisogno di sapere. L’informazione serve a questo: a far arrivare a tutti le notizie che altrimenti sarebbero rimaste invisibili. Non credo che l’informazione dal basso possa riuscirci senza qualcuno dedicato e motivato a farlo, qualunque forma questo qualcuno prenda, qualunque organizzazione lo aiuti a farlo.
Penso che non parlerò mai più di questo argomento :-)
In questi giorni sto litigando con le persone più disparate su un tema a me caro, ma non così tanto da litigarci su: il futuro del giornalismo.
A furia di rimanerci male a vedere che la mia posizione è così poco popolare ho deciso di provare a scriverla, che magari mi capisco meglio e vedo cosa c’è di conservatore o di romantico nel mio ragionamento (le accuse che mi vengono mosse).
Penso che il problema del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta ma non solo, sia nel modello di business delle industrie editoriali (dipendente dalla pubblicità, dai finanziatori, dai finanziamenti pubblici).
Penso che ci siano enormi margini di miglioramento ed evoluzione sia per l’organizzazione di una redazione sia per il ruolo del singolo giornalista, ma che questa è la variabile dipendente dalla prima.
Penso quindi che sparare sul giornalista sia ingenuo, molto (non offenderti ;-)
Penso che lo user generated content non abbia niente a che fare con l’informazione, che quando parliamo di informazione dal basso parliamo di crowdsourcing, e che l’informazione dal basso sia una fonte preziosa, non un’alternativa all’informazione professionale.
Penso che fare il giornalista sia una professione, come l’idraulico. Voglio che i miei tubi siano riparati da professionisti (non nel senso di iscritti all’Ordine, anomalia tutta italiana) e che per essere un professionista un giornalista oggi debba essere uno smanettone.
Penso che un giornalista indipendente che la mattina si sbatte per farmi arrivare le notizie che ho bisogno di sapere in base alla sua professionalità sia un valore da proteggere.
Penso che nessun filtro possa far emergere tutto quello che ho bisogno di sapere, perché non so cosa ho bisogno di sapere. L’informazione serve a questo: a far arrivare a tutti le notizie che altrimenti sarebbero rimaste invisibili. Non credo che l’informazione dal basso possa riuscirci senza qualcuno dedicato e motivato a farlo, qualunque forma questo qualcuno prenda, qualunque organizzazione lo aiuti a farlo.
Penso che non parlerò mai più di questo argomento :-)
Probabilmente a questo punto sono già morta: sono in ambulanza, mi stanno tenendo insieme i pezzi, l’infermiere guarda già fuori dal finestrino e Ciccio di ER si ostina a farmi un massaggio cardiaco. Certo, io penso di essere qui a scrivere un post in cui racconto che alla fine ho frenato, ma non posso aver frenato. Non ho rallentato, non ho guardato, quel taxi arrivava nel controviale direi a tutti i chilometri all’ora permessi in città e forse qualcuno di più e io proprio non l’ho visto. Chiunque abbia frenato, credo un qualche circuito limbico mai ancora usato, grazie.
In Via Conca del Naviglio c’è una pozza di tristezza, lì dove c’era il Centro Teatro Attivo, dove facevo il laboratorio di lettura quando Ermanno mi ha lasciato. Per andare ai Navigli devo fare il giro largo da Porta Ticinese, anche se si allunga. In Via Statuto c’è una pozza di adrenalina, lì dove andavo a comprare l’inchiostro per la Top100 dell’Olivetti quegli ultimi giorni prima di consegnare la tesi, che avevo pensato a tutto tranne che alle note, a quanto ci voleva a stampare una tesi con la margherita e a quanto inchiostro ci voleva, e agli orari di chiusura. In Via Statuto c’è anche un bacio non dato, uno di quei baci che a darlo troppo presto uccidi tutti quelli dopo, un po’ come un aborto terapeutico.
In Piazza Baracca mi sono persa nell’autunno 1987, appena arrivata a Milano da Taranto, e se ci passo vado in confusione ancora. In Largo La Foppa c’è una pozza enorme di vita universitaria, asciugata e riassorbita, ché adesso il Radetzky mi piace solo a metà mattinata a colazione e gravito più verso la libreria Utopia che verso la discoteca Lizard (now Cube). Però la me-stessa-del-1989 è ancora lì che compra il pane caldo appena sfornato e lo mangia per strada chiacchierando con Eugenia, verso casa, poco dopo Moscatelli.
A Porta Volta ogni volta che ci passo penso che mi farebbe piacere viverci, quartiere nel quartiere com’è, e adesso che ci vivo lo penso ancora. Sarà che sono pochi mesi, ma mi ci sento in vacanza, divertita dalla vita come mai.
Affermazioni da staccare dai muri delle case (e delle scuole, e dei pubblici uffici):
- è una questione di principio
- è solo senso di colpa
- è che tu non te ne rendi conto, ma
- le cose stanno così
- non sono io, sei tu
- non sei tu, sono io
Mi accontenterei di veder sparire dal mio universo le questioni di principio e i sensi di colpa. La colpa non si sente, si ha.
Ci vuole una bocca dura per sopportare questo piacere, il mio che ti prendi come e quando serve, e serve sempre, anche quando non pare. Ci vuole cattiveria per accettare quanto poco senso resti al resto, di genere sparso e di valore immenso, il senso, il resto, noi. Hai la bocca dura tu quando mi baci aperta, ti fai strada a forza tu, mi dici “fermati qui” e io dimentico e sto al tuo gioco, costi quel che costi (tanto sei già ricco tu, più ricco di quanto sia possibile diventare).
(Dedicato a)