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Il peso del caldo

No, non è il freddo. E’ la noia di sciarpa+guanti+cappello, tutti quei minuti in più per vestirsi, tutti quei minuti in più per lasciarsi svestire, che a volte vorresti non passassero mai e altre sembrano non passare mai. E’ avere sempre il clima sbagliato intorno, troppo freddo e troppo caldo e troppo addosso di tutto, è che hai un bel dire a cipolla e mai nessuno ti dice che rottura di coglioni è, ed entri in un posto e hai troppe cose da appoggiare e poi da ricordare e io ne dimentico sempre qualcuna e di solito era qualcosa.
Non è il freddo in sè, che mi piace sentirlo sul naso e la sensazione di essere ben coperta quando esci di casa, che dura qualche istante che poi di nuovo subito hai troppo di tutto, troppo freddo troppo caldo troppo addosso e qualcosa di fuori e qualcosa di impaccio.
Ogni inverno lo spero davvero che l’inverno non arrivi e che se arriva poi passi, ma passi in fretta così in fretta da aver la sensazione di non essere mai uscita dalla vasca, con l’acqua così calda che sudi. Poi alcune mattine esci e pensi felice “ehi, ma non è così freddo” e tutto ti si addolcisce intorno e poi invece no, cominci a sentire una puntina di disagio e rieccolo ancora. Il freddo, che non è lui, poveretto, è quel disagio della sciarpa e dei guanti e del cappello, è un cappottino troppo impostato o un giaccone troppo sportivo, le calze sopra le calze sopra le calze e io posso portare tanto di quel peso dentro che volo via comunque, ma peso addosso, no, grazie.

No, non è il freddo. E’ la noia di sciarpa+guanti+cappello, tutti quei minuti in più per vestirsi, tutti quei minuti in più per lasciarsi svestire, che a volte vorresti non passassero mai e altre sembrano non passare mai. E’ avere sempre il clima sbagliato intorno, troppo freddo e troppo caldo e troppo addosso di tutto, è che hai un bel dire a cipolla e mai nessuno dice che rottura di coglioni è, ed entri in un posto e hai troppe cose da appoggiare e poi da ricordare e io ne dimentico sempre qualcuna e di solito era qualcosa.

Non è il freddo in sè, che mi piace sentirlo sul naso e la sensazione di essere ben coperta quando esci di casa, che dura qualche istante che poi di nuovo subito hai troppo di tutto, troppo freddo troppo caldo troppo addosso e qualcosa di fuori e qualcosa di impaccio. Ogni inverno lo spero davvero che l’inverno non arrivi e che se arriva poi passi, ma passi in fretta così in fretta da aver la sensazione di non essere mai uscita dalla vasca, con l’acqua così calda che sudi. Poi alcune mattine esci e pensi felice “ehi, ma non è così freddo” e tutto ti si addolcisce intorno e poi invece no, cominci a sentire una puntina di disagio e rieccolo ancora. Il freddo, che non è lui, poveretto, è quel disagio della sciarpa e dei guanti e del cappello, è un cappottino troppo impostato o un giaccone troppo sportivo, le calze sopra le calze sopra le calze e io posso portare tanto di quel peso dentro che volo via comunque, ma peso addosso, no, grazie.

Pensato il: December 24th, 2009
Cassetto: enti, lato oscuro
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Pozze

In Via Conca del Naviglio c’è una pozza di tristezza, lì dove c’era il Centro Teatro Attivo, dove facevo il laboratorio di lettura quando Ermanno mi ha lasciato. Per andare ai Navigli devo fare il giro largo da Porta Ticinese, anche se si allunga. In Via Statuto c’è una pozza di adrenalina, lì dove andavo a comprare l’inchiostro per la Top100 dell’Olivetti quegli ultimi giorni prima di consegnare la tesi, che avevo pensato a tutto tranne che alle note, a quanto ci voleva a stampare una tesi con la margherita e a quanto inchiostro ci voleva, e agli orari di chiusura. In Via Statuto c’è anche un bacio non dato, uno di quei baci che a darlo troppo presto uccidi tutti quelli dopo, un po’ come un aborto terapeutico.

In Piazza Baracca mi sono persa nell’autunno 1987, appena arrivata a Milano da Taranto, e se ci passo vado in confusione ancora. In Largo La Foppa c’è una pozza enorme di vita universitaria, asciugata e riassorbita, ché adesso il Radetzky mi piace solo a metà mattinata a colazione e gravito più verso la libreria Utopia che verso la discoteca Lizard (now Cube). Però la me-stessa-del-1989 è ancora lì che compra il pane caldo appena sfornato e lo mangia per strada chiacchierando con Eugenia, verso casa, poco dopo Moscatelli.

A Porta Volta ogni volta che ci passo penso che mi farebbe piacere viverci, quartiere nel quartiere com’è, e adesso che ci vivo lo penso ancora. Sarà che sono pochi mesi, ma mi ci sento in vacanza, divertita dalla vita come mai.

Pensato il: November 8th, 2009
Cassetto: anta, cose che non sapevo di saper (fare), enta, enti, provvisorietà
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Sillogismi

Ma se uno che gli piace il cazzo è frocio, una che le piace prenderlo nel culo è lesbica?

Pensato il: November 2nd, 2009
Cassetto: enti, lato oscuro
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Hellowin

A volte i bambini sono una gran scusa per fare cazzate che ti diverti più tu, tipo prendere sul serio Halloween. Il cattolicesimo si è preso tutte le feste pagane, per una volta che una festa pagana si prende una festa cattolica perché fare gli snob?

Pensato il: October 31st, 2009
Cassetto: enti, mamma part time
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Case


View Appartamenti a Milano in a larger map

A fine giugno ho venduto il mio appartamento-cuccia in Corso Como, un po’ perché i ricordi volevano restare lì, un po’ perché i lavori intorno hanno reso la zona invivibile e non vedevo la fine. Ho traslocato – provvisoriamente – a ben 800 metri: sono vent’anni che mi aggiro in questi pochi chilometri quadri a Milano e ogni volta scopro come spostarsi anche di poco voglia dire resettare tutto e imparare riferimenti nuovi.
Sono state tutte case provvisorie, anche quella in cui ho abitato per 17 anni. Case con scomodità piccole e grandi, da sistemare poi, quando ci sarebbe stato tempo, calma per pensarci, soldi per far le cose bene. Poi compi 40 anni e ti rendi conto che quel tempo non arriverà mai, che il tempo per stare bene te lo devi prendere subito, anche strappato a morsi.

Pensato il: October 17th, 2009
Cassetto: anta, enta, enti, provvisorietà
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Porte

Ho vissuto 17 anni in una casa senza porte o quasi (giusto quella del bagno). Nella casa provvisoria ce ne sono tre: quella del bagno e quella delle due camere da letto, ci gioco stupefatta, come se scoprissi adesso questo mistero del chiudere, del separare, dello spalancare e dell’occupare e liberare spazio.

Nella casa definitiva voglio solo porte scorrevoli. Mi piace tutto quell’aprire, chiudere, separare e rivelare, il resto non lo voglio.

Pensato il: October 17th, 2009
Cassetto: enti, provvisorietà
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