Se devi assumere qualcuno che dovrà lavorare insieme ad altre persone mettilo in cucina con una bambina di nove anni. È una prova che io non passo mai.
Cassetto: enti, lato oscuro, mamma part time
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Pensierini: Nessuno.
Se devi assumere qualcuno che dovrà lavorare insieme ad altre persone mettilo in cucina con una bambina di nove anni. È una prova che io non passo mai.
Un uomo, un traghetto, un’isola, una realtà molto diversa da quella che la regia sembra mostrarci.
Scorsese e Polanski ci raccontano la stessa storia, da due pianeti diversi: il naturalizzato e l’esiliato, un regista che si misura con i generi più diversi e uno che da sempre gira lo stesso film per parlare della sua vita.
In entrambi i film il protagonista viene lentamente trasportato verso il male, un male circondato dall’acqua, verso una minaccia percepita come esterna e lontana e che sempre più si rivela interiore, personale. Il male di Scorsese rosicchia dentro, quello di Polansky cerca di graffiare fuori. Nessun uomo è un’isola?
Quando V. anni fa mi disse che andava ad assistere una sua amica durante la chemioterapia la prima cosa che ho pensato è che non sapevo avesse amiche più grandi di noi. Ovviamente non lo era, più grande di noi. E’ che non ci puoi pensare, oltre a non volerlo fare: non ci vuoi credere e non è solo paura, è anche che è letteralmente incredibile. Non lei. Non lei.
Ogni mail o sms che mi arriva potrebbe essere quella sbagliata, ogni volta che squilla il telefono tremo, ma inizio a farci i conti. Ho due amiche in fin di vita e l’unico modo che ho di reagire è godermi ogni respiro, anche per loro.
No, non è il freddo. E’ la noia di sciarpa+guanti+cappello, tutti quei minuti in più per vestirsi, tutti quei minuti in più per lasciarsi svestire, che a volte vorresti non passassero mai e altre sembrano non passare mai. E’ avere sempre il clima sbagliato intorno, troppo freddo e troppo caldo e troppo addosso di tutto, è che hai un bel dire a cipolla e mai nessuno dice che rottura di coglioni è, ed entri in un posto e hai troppe cose da appoggiare e poi da ricordare e io ne dimentico sempre qualcuna e di solito era qualcosa.
Non è il freddo in sè, che mi piace sentirlo sul naso e la sensazione di essere ben coperta quando esci di casa, che dura qualche istante che poi di nuovo subito hai troppo di tutto, troppo freddo troppo caldo troppo addosso e qualcosa di fuori e qualcosa di impaccio. Ogni inverno lo spero davvero che l’inverno non arrivi e che se arriva poi passi, ma passi in fretta così in fretta da aver la sensazione di non essere mai uscita dalla vasca, con l’acqua così calda che sudi. Poi alcune mattine esci e pensi felice “ehi, ma non è così freddo” e tutto ti si addolcisce intorno e poi invece no, cominci a sentire una puntina di disagio e rieccolo ancora. Il freddo, che non è lui, poveretto, è quel disagio della sciarpa e dei guanti e del cappello, è un cappottino troppo impostato o un giaccone troppo sportivo, le calze sopra le calze sopra le calze e io posso portare tanto di quel peso dentro che volo via comunque, ma peso addosso, no, grazie.
Qualche anno fa ho avuto dei seri problemi di salute, un po’ come adesso: ad aggravare i sintomi oggettivi c’è quella melassa di paura vischiosa, la sensazione che non starai mai più bene, che i risultati delle analisi saranno tremendi, che tutto nella tua vita si deve fermare finchè. Finché non starai bene di nuovo, finché non saranno escluse alcune malattie, finché non vedrai quello specialista.
Ero arrivata al punto di chiudermi in casa e fermare tutto finché non smarcavo qualche preoccupazione. Poi, un bravo psicologo e il capovolgimento del fronte: finché non hai una (nuova) brutta notizia, goditela.
Mi sa che devo reimparare a farlo, ecco. E a non aspettarmi molto da chi, chiaramente, non ha niente da dare, neanche un cenno.
Guarda via, guarda altrove, guardati i piedi e vedici un mondo, il mondo, quel mondo che sai abitare. E’ la prima volta in quarant’anni che trovi sulla tua strada persone scorrette: è una fortuna o una sfortuna?
Ho due computer portatili, uno pesante, uno leggero. Due telefoni. Metà sinapsi impegnate a ideare metodi per lavorare meno, l’altra a riposarsi. Non sono una persona ordinata, per usare un eufemismo.
Ieri mattina prima di imbarcarmi in un giro di riunioni, di cui un paio ansiogene, ho scritto 15 mail con il computer pesante. Sono uscita con il computer leggero e ho passato l’intera giornata a infastidirmi per la mancanza non dico di risposte, ma almeno di un seguito (che ne so, ti dico “non telefonarmi che sono ai domiciliari” e tu mi telefoni). Ho inveito, recriminato, in qualche caso mi sono preoccupata. Poi sono tornata a casa, ho acceso il computer pesante e ho visto la casella Outbox, che non va bene. Ancora peggio: nella Outbox c’erano 15 mail.
Non mi preoccupa tanto non averle spedite, quanto non essere stata sfiorata dal pensiero che non fossero state ricevute. Buona metafora, direi.
“Marcel, burn it down”, brucia tutto, ché il nitrato d’argento brucia due volte più veloce della carta, altro che Fahreneit 451, al rogo tutto il cinema che fu, usato e abusato per arte pura e arte varia e per abituarci alla morte, a ridere della morte, ridi, spettatore, ridi, fratello. I can stare for a thousand years.
“Marcel, burn it down”, brucia che tanto io sono morta e una persona smette di esserci anche quando il sangue continua a circolare, tutti noi siamo morti nel secolo scorso, tutti, e nei rari momenti di lucidità ti chiedi come l’umanità possa sopravvivere alle sue gesta senza mettersi a urlare dal terrore. An ageless heart that can never mend.
“Marcel, burn it down”, che bisogna essere crudeli con chi è crudele e soprattutto riderne, non è Storia, è un western, non è Storia, è un burlesque, non è Storia, è Cinema, Cinema, Cinema, quello che non puoi bruciare perché è nella tua retina, per sempre. It’s been so long.
Affermazioni da staccare dai muri delle case (e delle scuole, e dei pubblici uffici):
Mi accontenterei di veder sparire dal mio universo le questioni di principio e i sensi di colpa. La colpa non si sente, si ha.