E’ un po’ come quel sushi bar, la consapevolezza: un posto che giri per cercarlo senza troppa convinzione, poi ci rinunci, inizi a pensare ad altro e a un certo punto – un attimo prima di averlo oltrepassato – ehi, un sushi bar! E proprio quello che stavo cercando, non uno qualunque, anche se è tardi e hanno solo nigiri col philadelphia.
Gira e rigira sempre qui ti ritrovi, fattene una ragione: sarà la primogenitura, un imprinting dimenticato, quel bacio non dato e che poi si ripropone. Un attimo dopo sarebbe troppo tardi, eh. Tu sei quella che ci pensa lei, se no, per una volta, lasciati cadere all’indietro.
Pensato il: January 4th, 2010
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Ho due computer portatili, uno pesante, uno leggero. Due telefoni. Metà sinapsi impegnate a ideare metodi per lavorare meno, l’altra a riposarsi. Non sono una persona ordinata, per usare un eufemismo.
Ieri mattina prima di imbarcarmi in un giro di riunioni, di cui un paio ansiogene, ho scritto 15 mail con il computer pesante. Sono uscita con il computer leggero e ho passato l’intera giornata a infastidirmi per la mancanza non dico di risposte, ma almeno di un seguito (che ne so, ti dico “non telefonarmi che sono ai domiciliari” e tu mi telefoni). Ho inveito, recriminato, in qualche caso mi sono preoccupata. Poi sono tornata a casa, ho acceso il computer pesante e ho visto la casella Outbox, che non va bene. Ancora peggio: nella Outbox c’erano 15 mail.
Non mi preoccupa tanto non averle spedite, quanto non essere stata sfiorata dal pensiero che non fossero state ricevute. Buona metafora, direi.
Pensato il: November 14th, 2009
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risposte
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In questi giorni sto litigando con le persone più disparate su un tema a me caro, ma non così tanto da litigarci su: il futuro del giornalismo.
A furia di rimanerci male a vedere che la mia posizione è così poco popolare ho deciso di provare a scriverla, che magari mi capisco meglio.
Penso che il problema del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta ma non solo, sia nel modello di business delle industrie editoriali (dipendente dalla pubblicità, dai finanziatori, dai finanziamenti pubblici).
Penso che ci siano enormi margini di miglioramento ed evoluzione sia per l’organizzazione di una redazione sia per il ruolo del singolo giornalista, ma che questa è la variabile dipendente dalla prima.
Penso quindi che sparare sul giornalista sia ingenuo, molto (non offenderti ;-)
Penso che lo user generate content non abbia niente a che fare con l’informazione, che quando parliamo di informazione dal basso parliamo di crowdsourcing, e che l’informazione dal basso è una fonte preziosa, non un’alternativa all’informazione professionale.
Penso che fare il giornalista sia una professione, come l’idraulico. Voglio che i miei tubi siano riparati da professionisti (non nel senso di Ordine) e che per essere un professionista un giornalista oggi debba essere uno smanettone.
Penso che un giornalista indipendente che la mattina si sbatte per farmi arrivare le cose che ho bisogno di sapere in base alla sua professionalità sia un valore da proteggere.
Penso che nessun filtro possa far emergere tutto quello che ho bisogno di sapere, perché non so cosa ho bisogno di sapere. L’informazione serve a questo: a far arrivare a tutti le notizie che altrimenti sarebbero rimaste invisibili. Non credo che l’informazione dal basso possa riuscirci senza qualcuno dedicato e motivato a farlo, qualunque forma questo qualcuno prenda, qualunque organizzazione lo aiuti a farlo.
Penso che non parlerò mai più di questo argomento :-)
In questi giorni sto litigando con le persone più disparate su un tema a me caro, ma non così tanto da litigarci su: il futuro del giornalismo.
A furia di rimanerci male a vedere che la mia posizione è così poco popolare ho deciso di provare a scriverla, che magari mi capisco meglio e vedo cosa c’è di conservatore o di romantico nel mio ragionamento (le accuse che mi vengono mosse).
Penso che il problema del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta ma non solo, sia nel modello di business delle industrie editoriali (dipendente dalla pubblicità, dai finanziatori, dai finanziamenti pubblici).
Penso che ci siano enormi margini di miglioramento ed evoluzione sia per l’organizzazione di una redazione sia per il ruolo del singolo giornalista, ma che questa è la variabile dipendente dalla prima.
Penso quindi che sparare sul giornalista sia ingenuo, molto (non offenderti ;-)
Penso che lo user generated content non abbia niente a che fare con l’informazione, che quando parliamo di informazione dal basso parliamo di crowdsourcing, e che l’informazione dal basso sia una fonte preziosa, non un’alternativa all’informazione professionale.
Penso che fare il giornalista sia una professione, come l’idraulico. Voglio che i miei tubi siano riparati da professionisti (non nel senso di iscritti all’Ordine, anomalia tutta italiana) e che per essere un professionista un giornalista oggi debba essere uno smanettone.
Penso che un giornalista indipendente che la mattina si sbatte per farmi arrivare le notizie che ho bisogno di sapere in base alla sua professionalità sia un valore da proteggere.
Penso che nessun filtro possa far emergere tutto quello che ho bisogno di sapere, perché non so cosa ho bisogno di sapere. L’informazione serve a questo: a far arrivare a tutti le notizie che altrimenti sarebbero rimaste invisibili. Non credo che l’informazione dal basso possa riuscirci senza qualcuno dedicato e motivato a farlo, qualunque forma questo qualcuno prenda, qualunque organizzazione lo aiuti a farlo.
Penso che non parlerò mai più di questo argomento :-)
In Via Conca del Naviglio c’è una pozza di tristezza, lì dove c’era il Centro Teatro Attivo, dove facevo il laboratorio di lettura quando Ermanno mi ha lasciato. Per andare ai Navigli devo fare il giro largo da Porta Ticinese, anche se si allunga. In Via Statuto c’è una pozza di adrenalina, lì dove andavo a comprare l’inchiostro per la Top100 dell’Olivetti quegli ultimi giorni prima di consegnare la tesi, che avevo pensato a tutto tranne che alle note, a quanto ci voleva a stampare una tesi con la margherita e a quanto inchiostro ci voleva, e agli orari di chiusura. In Via Statuto c’è anche un bacio non dato, uno di quei baci che a darlo troppo presto uccidi tutti quelli dopo, un po’ come un aborto terapeutico.
In Piazza Baracca mi sono persa nell’autunno 1987, appena arrivata a Milano da Taranto, e se ci passo vado in confusione ancora. In Largo La Foppa c’è una pozza enorme di vita universitaria, asciugata e riassorbita, ché adesso il Radetzky mi piace solo a metà mattinata a colazione e gravito più verso la libreria Utopia che verso la discoteca Lizard (now Cube). Però la me-stessa-del-1989 è ancora lì che compra il pane caldo appena sfornato e lo mangia per strada chiacchierando con Eugenia, verso casa, poco dopo Moscatelli.
A Porta Volta ogni volta che ci passo penso che mi farebbe piacere viverci, quartiere nel quartiere com’è, e adesso che ci vivo lo penso ancora. Sarà che sono pochi mesi, ma mi ci sento in vacanza, divertita dalla vita come mai.
Si informano i gentili visitatori che, per motivi tecnici, è temporaneamente sospeso il servizio di bar self-service
Questo annuncio è apparso sul sito del museo della scienza e della tecnica tecnologia leonardo da vinci a settembre 2007. Poi se ne sono dimenticati, così come si sono dimenticati di avvisare in qualche modo – sul sito, nei trionfanti gonfaloni sulla facciata, alla biglietteria, con un biglietto anonimo – che il museo è vittima di pesantissimi e poco pensati lavori di ristrutturazione che non risparmiamo al visitatore pagante (8 euro) tutte le brutture dei lavori in corso. O meglio, sul sito leggiamo che:
Dal 2001, il Museo è impegnato in un ampio processo di rinnovamento.
Dal 2001. Dal. 2001. Rinnovamento. Ampio.
Quello che ho visto negli occhi dei turisti incontrati oggi, in un museo polveroso, confuso, privo di con pochi ascensori e ricco di barriere architettoniche, pieno di bambini ansiosi di essere meravigliati e di genitori ansiosi di uscire al più presto, quello che ho visto negli occhi del gruppetto di ragazzi giapponesi incrociati oggi pomeriggio era quella sgradevole sensazione di non incrociare il mio sguardo, di quando ti vergogni molto per qualcuno, di qualcuno tipo di noi italiani, che abbiamo un museo (in rinnovamento!) zeppo di reperti, nessuno dei quali ambientato, raccontato, un museo (il più grande museo scientifico italiano!) con un sottomarino in cortile, un cortile scrostato, un museo (con i laboratori interattivi!) con il bar self service temporaneamente sospeso dal 2007. Non so se è più la puzza di polvere, la tristezza o la delusione, o forse lo so: è che comunque a Milano ne siamo orgogliosi.
L’alogena a piantana nera. Il tappeto kilim regalo di Zia Marcella. Il phon portato da Taranto nel 1987, caduto mille volte, tenuto insieme dallo scotch. Una gonna nera e a fiorellini di Max Mara del 1994. Le lenzuola di Benetton a righine colorate comprate a Taranto da Croff nel 1987. Il gallo della ceramica di Grottaglie. Mele sparse, vere e hardware. Una borsa di Prada con le catene.
Pensato il: October 22nd, 2009
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casa,
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ricordi
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A fine giugno ho venduto il mio appartamento-cuccia in Corso Como, un po’ perché i ricordi volevano restare lì, un po’ perché i lavori intorno hanno reso la zona invivibile e non vedevo la fine. Ho traslocato – provvisoriamente – a ben 800 metri: sono vent’anni che mi aggiro in questi pochi chilometri quadri a Milano e ogni volta scopro come spostarsi anche di poco voglia dire resettare tutto e imparare riferimenti nuovi.
Sono state tutte case provvisorie, anche quella in cui ho abitato per 17 anni. Case con scomodità piccole e grandi, da sistemare poi, quando ci sarebbe stato tempo, calma per pensarci, soldi per far le cose bene. Poi compi 40 anni e ti rendi conto che quel tempo non arriverà mai, che il tempo per stare bene te lo devi prendere subito, anche strappato a morsi.
Ho vissuto 17 anni in una casa senza porte o quasi (giusto quella del bagno). Nella casa provvisoria ce ne sono tre: quella del bagno e quella delle due camere da letto, ci gioco stupefatta, come se scoprissi adesso questo mistero del chiudere, del separare, dello spalancare e dell’occupare e liberare spazio.
Nella casa definitiva voglio solo porte scorrevoli. Mi piace tutto quell’aprire, chiudere, separare e rivelare, il resto non lo voglio.
Pensato il: October 17th, 2009
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provvisorietà
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luce,
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spazio,
via pontida
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