Cassetto: lato oscuro, x-view
Tag: cinema, incoscienza, meglio crederci, milano
Pensierini: 52.
Come pensare meglio senza pensare affatto
L’antimetodo
1. Tu sei quello che sai
2. Quel che non sai è lì fuori
3. Il paradosso della serendipity
Le ore d’aria
4. Sei sicuro? Certo che no
5. Chi si prende sul serio è poco serio
6. Se non serve a niente potrebbe tornarti utile
Incoscienti famosi
7. Keynes
8. Milton H. Erickson
9. Clint Eastwood
10. Marina Abramovich
Quando V. anni fa mi disse che andava ad assistere una sua amica durante la chemioterapia la prima cosa che ho pensato è che non sapevo avesse amiche più grandi di noi. Ovviamente non lo era, più grande di noi. E’ che non ci puoi pensare, oltre a non volerlo fare: non ci vuoi credere e non è solo paura, è anche che è letteralmente incredibile. Non lei. Non lei.
Ogni mail o sms che mi arriva potrebbe essere quella sbagliata, ogni volta che squilla il telefono tremo, ma inizio a farci i conti. Ho due amiche in fin di vita e l’unico modo che ho di reagire è godermi ogni respiro, anche per loro.
Nove mesi di preparazione. L’ultimo un tale inferno – mi dicono – che qualunque cosa succeda dopo non può essere peggio. Un bambino ti apre in due e aperta in due ci resti, perché poi lui se ne va in giro da solo, e tu passi da non vedere l’ora che sia indipendente a soffrire per ogni gesto che lo separa ulteriormente da te.
L’altro giorno da Chicco c’era una coppia, alla cassa, con il solito tono gentile e un po’ furbetto del “vorrei cambiare questo ma non ho lo scontrino ma è un caso particolare”. La commessa mette su la faccia gentile e un po’ indifferente del “mi dispiace ma ci sono delle regole”. Lei la anticipa e tira fuori una foto, con tono ancor più quieto spiega che sono in attesa di adozione, che tutto quello che hanno è una foto, che lui ha 2 anni come la taglia del regalo ma dalla foto sembra più piccolo, che il regalo le piace tanto e le piacerebbe lui lo potesse mettere. La commessa a quel punto avrebbe cambiato quella salopette anche con una borsa di Jil Sander all’angolo, io piango, io e il mio essere fuori posto da una vita, ma mai quanto da Chicco a comprare il parapioggia del passeggino di un bambino di due anni e pochi mesi.
Nove mesi che ti preparano a quel che succederà e a un certo punto so che devi preparare la valigia, ma tipo due mesi prima, che potrebbe nascere da un momento all’altro anche se tu pensi di aver già prenotato il cesareo. Questa è la cosa più importante da imparare: con un bambino non puoi fare programmi. Devi farli lo stesso (se no ti sei arresa) e poi vederli saltare uno a uno. Quest’estate viaggiava con me una valigia di abiti che io non avevo mai visto, talmente incompetente da non capire quali erano di due anni e quali di otto. Qualunque cosa io tirassi fuori da quella valigia era sbagliata eppure andava bene lo stesso, ci ho pianto e bestemmiato e digrignato e sorriso sopra, ci sarà ancora un po’ di sabbia, un tarallo e magari una maglietta mia.
Ogni volta che qualcuno mi chiede dov’è qualcosa di suo io adesso a volte lo so.
C’è quella sensazione di invulnerabilità che ti porti appresso come un’armatura di speranze leggere, quel tuo non si sa che, un che di misterioso e impenetrabile, come un sorriso, come una coccola da chi è più piccolo, come avere un viso che poco tradisce e molto rinnega.
E’ quel pensare sempre che tutto ha un senso e che all’improvviso anche se oscuro si rivelerà, saggezze antiche di donne ciniche e dolcissime che hanno punteggiato la tua storia, la capacità di guardare in faccia chi confonde la richiesta di rispetto con l’egocentrismo assoluto e lasciarla andare comunque per la sua strada. In questo universo di senso gli aerei partono e arrivano, in vacanza hai sempre bel tempo, alla cena delle tue amiche ci sei, magari con un po’ di affanno, e sai che se ti fidi non verrai tradito, mai.
Ci sono lezioni che non voglio imparare, perché accettare che a volte davvero un senso non c’è può sembrare un nonnulla, ma è la prima tessera di un domino che poi chi lo ferma più. Stringo i denti per il maltempo, tengo sotto controllo la metereopatia, mi proteggo scegliendo ancora e sempre di decidere io a cosa fare attenzione, che se d’inverno non si vola qui da me il pessimismo urta contro una corazza di carezze.